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Article “Semantics and Analysis of texts by Lessing and Herder”
by Francesco Angioni (ITALY)

SEMANTICA E ANALISI DEI TESTI MASSONICI DI LESSING E HERDER

 

Premessa metodologica

 

Gli scritti massonici di certi importanti Autori dovrebbero essere analizzati seguendo la falsariga dello strutturalismo di Roland Barthes, cioè partendo dall’analisi semiologica del linguaggio (o gergo) massonico per estrarre le grandi unità di significato che caratterizzano la massoneria come società affatto peculiare nella cultura europea e mondiale degli ultimi tre secoli. L’analisi non dovrebbe dimenticare anche l’accezione semiologica di Umberto Eco, quando richiama l’attenzione proprio sulle modalità d’interpretazione dei testi da parte dei fruitori. Sono proprio queste interpretazioni che spesso danno luogo a modificazioni anche rilevanti del senso ideale della massoneria, del suo concreto organizzarsi e proporsi fuori da se stessa.

Allo stesso tempo un occhio deve essere volto al "modello stratificato" della semiotica generativa, proprio considerando le strutture astratte e simboliche presenti in ogni corrente massonica che per successive “stratificazioni” si vanno a concretizzare in forme rituali e organizzative.

 

La Massoneria, comunque, sempre ha avuto una profonda interazione con i fenomeni culturali e sociali nei suoi tre secoli di vita, quindi un testo massonico non può essere analizzato solamente nelle sue valenze strutturali ma è anche necessario individuarne le relazioni con l’ambiente storico e socioculturale nel quale il testo appare. Si rende allora necessario anche l’apporto di una sociosemiotica così come Barthes la prefigurava. Questo tipo di analisi però deve cogliere i due piani di relazione del testo, quello con la società massonica e quello con la società civile. Tralasciare uno dei due piani vuol dire tradire il senso globale del testo. L’individuazione della differenza tra piano massonico e piano sociale implica il presupposto iniziatico-concettuale che la massoneria non sia una forma particolare di società civile ma che essa proprio per le sue valenze iniziatiche sia necessariamente separata da quella civile. Ciò significa che l’apporto della semiologia strutturale di un Levi-Strauss facilita il compito di cogliere gli iati semantici tra linguaggio iniziatico e linguaggio civile, iati tali per cui la stessa parola ha una profonda differenza di significato nei due ambiti. In questo ci si discosta dal metodo tradizionale della sociosemiotica che considera ogni linguaggio presente in una società come rappresentativo di una stratificazione della società. La questione sta appunto nel fatto che la massoneria è estranea alla società che apparentemente la circoscrive, perché l’intera società circoscrive solo gli aspetti esteriori e formali, cioè le sue forme organizzative e certe azioni specificatamente sociali, ma non gli aspetti essenziali che caratterizzano la massoneria in quanto tale.

 

Rimanere nel vicolo delle analisi linguistiche così come elaborate dagli apparati metodologici moderni, lascia lo studio di un elaborato teoretico massonico nelle mani di esperti anatomisti che del corpo vedono solo le strutture appariscenti e che quindi per loro formazione non colgono ciò che il corpo rappresenta oltre alle sue mere funzionalità. Ma il corpo umano non è solo espressione della materia, esso è anche espressione di relazioni ben oltre quelle con il mondo materico circostante, le espressioni delle relazioni con tutto ciò che materico non è, dalle emozioni e sentimenti fino alle magnifiche capacità spirituali che elevano un bruto nerboruto alle soglie del misticismo.

Un elaborato di pensiero massonico per essere compreso nelle sue intime essenze e se queste ci sono, necessita di altri strumenti di più sofisticata riflessione e sistematizzazione.

 

In definitiva, l’analisi di un testo massonico ha bisogno di plurimi apparati metodologici per essere comprensibile a chi non è massone. Il massone aggiunge a queste metodologie interpretative, di tipo formale, quella che è una logica affatto peculiare della massoneria e cioè la valenza iniziatica.

Questa non è un qualcosa che appartiene al massone per illuminazione conseguente alla sua iniziazione, al contrario è conseguente a uno sforzo costante di approfondimento del pensiero massonico così come si è sviluppato nel corso di tre secoli. In altri termini, la comprensione di un fondamentale testo del pensiero massonico ma anche di un rituale oppure degli stessi simboli massonici non si risolve con un appassionante sforzo di creatività senza prestare attenzione al fondamento culturale dei principi semantici del linguaggio massonico così come sono stati determinati alla sua origine. Questo principio ermeneutico è imprescindibile per la comprensione del linguaggio massonico e della concettualità sottesa. Ogni Autore e lettore ne dovrebbe tenere conto.

 

La semantica massonica dei Dialoghi per Massoni di Lessing e Herder

 

Circa venti anni separano le stesure dei rispettivi dialoghi massonici di Lessing e Herder. Per certi aspetti il tempo sembra coincidere, anche se la situazione della Massoneria tedesca dagli anni Ottanta del XVIII secolo ai primi anni del XIX era per certi aspetti cambiata; per altri aspetti invece il tempo sembra essersi cristallizzato in un presente assoluto.

 

Nei loro dialoghi ciò che appare a prima vista è l’uso del linguaggio, sia dal punto di vista dialogico sia da quello semantico. Lo scorrere delle battute tra i due dialoganti, Ernst e Falk, nel testo di Lessing è raffinato, da eccelso drammaturgo quale era, mentre quello di Herder manca delle capacità di scrittura e della raffinata scorrevolezza del suo maestro. La loro semantica non è solo quella legata al momento storico, ma ciò che più colpisce è la semantica massonica che loro affrontano con strumenti, capacità, volontà e scopi diversi.

 

I nostri Autori sono troppo avveduti per non sapere che in Massoneria le interpretazioni dei lemmi massonici, alla fine del loro secolo, si erano talmente modificate da oscurarne la lettera, tutta scritta o meglio scolpita in pochi chiari concetti del dizionario massonico; riportare la lettera alla memoria implica uno sforzo che ognuno dei due affronta con i mezzi personali. Uno usa il bisturi della ragione e l’altro il cesello dell’estetica poetica, ma lo scopo è lo stesso. Il bisturi può scarnificare fino all’osso, ma anche i versi se ben offerti posso risvegliare anche le mummie. Ambedue sono accomunati però dall’afferrare la concettualità massonica per stirarla e tenderla come una pelle di didonica memoria, per fondare una città compresa nello spazio dato da quanto la pelle lo consente.

 

È uno spazio di rapporti tra elementi tra loro contrastanti e dello spessore temporale, apparentemente infinito per uno e finito per l’altro, ma che è anche il tempo definito dalla percezione di chi osserva ciò che ognuno dei due Autori sta creando e che ovviamente implica un viaggio che l’osservatore deve affrontare. Purtroppo la scelta, nella generalità, è per il viaggio comodo e non per quello troppo avventuroso; in fondo i Massoni sono uomini e devono fare i conti su quanto hanno nella tasca del proprio grembiule per decidere il viaggio da fare. Il viaggio proposto dai due autori, meglio sarebbe dire i due viaggi proposti, è scandito su antitetiche partiture lessicali e non si può fare una colpa a Herder di uscire malandato nel confronto con Lessing, ripeto, il più grande drammaturgo tedesco del Settecento.

 

Lessing usa una sintassi concettuale vistosamente impraticabile per chi non è addestrato a certe essenze concettuali, mentre Herder opera con la grammatica concettuale del quotidiano, quella della naturalezza del mondo dato. Ad ambedue però si deve dare il conforto critico di aver diretto una drammaturgia massonica di totale innovazione, ognuna a suo modo e comunque mai autoreferenziale, come quella che nei due secoli successivi si vedrà imbastire in campo massonico; un’autoreferenzialità che svela la profonda crisi privata e pubblica dell’epoca del XIX e XX secolo rispetto a un incombente e strisciante sistema massonico capace solo di guardarsi alle spalle verso miti e simboli talmente reiterati da avere il sentore dell’incompreso piuttosto che quello dell’incompressibile o segreto.

 

Anche nella prima metà del XVIII secolo si andava sviluppando un senso dell’individualità che chiedeva di entrare nel gioco dei fenomeni sociali ma rimaneva a latere, senza imporsi, più un effetto implicito di una nuova cultura che avanzava piuttosto che una conseguenza esplicita e conseguente a una presa di coscienza generalizzata. Verso la fine del secolo e per quelli successivi questa coscienzialità assume l’aspetto di un travolgente scardinamento dei valori tradizionali e in Germania il movimento dello Sturm und Drang ne è l’espressione più evidente. L’individuo s’impone sulla coralità, dando luogo a impegnativi ripensamenti sui valori dell’Illuminismo. Lo stesso Tocqueville (1805-1859) deve fare i conti con i valori di uguaglianza e libertà del cittadino davanti alla società e allo Stato, giungendo (dopo i viaggi negli Stati Uniti e in Inghilterra negli anni ’30 del XIX secolo) all’idea di democrazia ben diversa da quella implicita nel pensiero illuministico. Questo senso del valore dell’individuo nella società, come detto, era esploso con il preromanticismo e, nell’ambito del pensiero massonico, se ne fece portabandiera lo stesso Herder come risposta alla crisi della Massoneria dentro la più generale crisi socio-culturale, suscitata dalle vittorie e poi sconfitte militari e politiche di Napoleone piuttosto che dalla crisi dell’Illuminismo che già negli anni ’90 del XVIII secolo aveva esalato gli ultimi respiri, rantolando nel giacobinismo.

 

Herder, tuttavia, non riconosce validità alla soggettiva via d’interpretazione dei precetti massonici. Come Lessing, lui pensa che tali precetti non siano oggetto di uno sforzo razionale individuale ma che tale sforzo si debba volgere, cioè confrontare, inserire e autenticare, nella vivente tradizione massonica originale. Per questo egli s’impegnò con lettere, discussioni private e suggerimenti ad appoggiare l’opera riformatrice di Friedrich Ludwig Schröder (1744-1816) che fino dal 1789 voleva avviare – con l’aiuto di Johann Christoph Bode, Johann Wolfgang von Goethe, Carl Leonhard Reinhold e Christoph Wilhelm Hufeland e dello stesso Herder – proponendo un nuovo rituale, basato sui soli tre gradi di tradizione inglese, finalizzato a una riforma del sistema massonico tedesco, che riteneva corrotto dagli innumerevoli gradi e inquinato da esoterismi fantasiosi, come il rosacrocianesimo, l’alchimia e la filosofia ermetista; una delle sue frasi chiave fu: Con il maestro si chiude il cerchio.

 

Tornando al “soggettivismo massonico”, per Herder ogni interpretazione soggettiva, fuori da una condivisa tradizione culturale originale, è limitata, conseguente a un’analisi incapace di rilevare il senso globale che durante i secoli costituisce la tradizione del popolo massonico. Un’attenta interpretazione dell’impostazione storicista herderiana porta a concludere che ogni interpretazione individuale che prescinde dall’originale tradizione è l’espressione di una profonda crisi esistenziale, personale e in primis massonica. L’interpretazione in chiave soggettiva dei simboli, delle allegorie e metafore, perfino delle stesse regole massoniche presenti nelle Costituzioni del 1723, è intellettualismo senza talento di pensiero, senza etica univoca, senza senso della Fratellanza, per non parlare del senso estetico di una concettualità pura che non ha bisogno di più o meno sofisticate interpretazioni.

Ogni norma di quelle Costituzioni è in sé vera, perché così originariamente, tradizionalmente, definita. Ogni altra interpretazione, specialmente quelle di adattamento alle condizioni socio-storiche sono alterazioni del vero, inteso come tradizione univoca. Queste sono le verità scomode che Lessing e Herder, pur con accezioni diverse, proclamavano.

 

Così come oggi, già allora la variopinta qualità e quantità d’interpretazioni si presentava come sintomo di crisi d’identità, poiché l’identità massonica era ormai vissuta nell’esclusività dei riferimenti nazionali. Era una crisi che affondava le sue radici non nel trascorrere della vita della Massoneria ma in un’incandescente materialità del vivere civile.

 

Una situazione che già Lessing aveva denunciato con l’affermazione che la Massoneria vive le contraddizioni della società umana. È difficile se non assurdo contestare che la Massoneria, come fenomeno sociale che stava percorrendo l’Europa come un fantasma apocalittico dai richiami biblici, non fosse influenzata dagli eventi sociali, culturali, politici ed economici e infatti i dialoghi di Lessing e Herder entrano in scena quando un ordine assolutistico fino ad allora creduto inconfutabile si avviava alla crisi definitiva.

 

Scrivere di politica in teatro è sempre fallimentare per una visione cosmopolita delle problematiche in gioco. Necessariamente è richiesta la presa di posizione, la partigianeria, la scelta di campo. I nostri Autori scendono in campo ma con una speciale partigianeria, quella dell’umanità sapiente e determinata al perfezionamento contro l’umanità arrogante e ignorante del potere, anche il potere arrogante di concepire come assoluto soggettivo il proprio personale percorso, quindi negando ogni capacità di condivisione. Per i due Autori la sapienza e la conoscenza sono le forme di potere dell’umanità tesa al proprio perfezionamento, mentre nulla c’è di più extraumano (Unnatur) del potere autoreferenziale, quello finalizzato a se stesso.

La Massoneria è, o almeno per gli Autori dei Dialoghi massonici è, sintesi di pensiero e azione, in termini moderni di relazione teoria-prassi. Naturalmente ognuno dei due concepisce quest’azione secondo il proprio pensiero culturale, come di seguito si dirà. Comunque, per ambedue la Massoneria è racconto umano che si fa azione, alla stregua di un universale mitologema, come uno schema “innato” che precorre la storia e della storia si fa guida, una struttura minimale alla base del materiale mitico del perfezionamento umano, struttura continuamente rivisitata, modellata e ristrutturata ma che nella sua essenza è specchio della storia umana, è quindi racconto primordiale. Essi, Lessing e Herder, vogliono dare a tale schema innato o racconto umano, che è la stessa cosa, uno sbocco che non è fuori dall’umano, che non si perde nel pantano delle relatività socio-culturali o nella palude del metafisico.

 

Lo stesso concetto di Provvidenza che appare in minima parte in Lessing e in massima parte in Herder, in ogni caso inteso in modo diverso, ha la valenza più della guida, della scorta, piuttosto che del divino che tutto determina senza scampo per l’Uomo. Per i due l’Uomo sempre e comunque determina la sua storia, con senso dell’homo faber per uno e con senso del liberum arbitrium per l’altro e infatti in nessuno dei due appare il senso del destino ineluttabile. In uno esiste la precisione del facere e nell’altro l’accuratezza dello eligere. Fare e decidere, che non sono concetti antitetici ma che tra loro sono molto legati.

 

Nella Massoneria dei loro tempi non si coglieva un senso intrinsecamente umanitario del facere e neppure un senso umanitaristico dello eligere e per questo l’unica soluzione appariva quella di sbocchi socio-politici, il violento pantano senza sbocco universale, il riconoscimento dei mali della società senza capacità critica dei mali di ogni società[1]. Questione questa che i due Autori affrontano con determinato coraggio, riponendo le loro speranze in uomini eletti e più in generale nella Massoneria. Per ambedue la ricerca si fa stemmatica, una ricerca finalizzata all’individuazione delle relazioni e dei rapporti fra i varî codici massonici per trovarvi i principî formativi, della Bildung massonica, tenendosi ben distanti dalle lusinghe dei rituali, dei gradi, delle inferenze socioculturali nel pensiero e nel vissuto massonico. Il loro linguaggio semanticamente e di là delle variazioni stilistiche si fa essenziale. I concetti massonici sono pochi, quelli che dall’inizio della Massoneria teoretica erano stati definiti con razionale sinteticità. L’essenzialità semantica è imprescindibile nella costruzione di una realtà di pensiero che vuole illuminare le essenze della Massoneria. Lessing e Herder volevano elaborare la realtà con ordine, dargli una prospettiva di perfezionamento. Il primo lo fa con significato teatrale dando senso drammatico a questa elaborazione, il secondo lo fa appellandosi ai sogni primordiali, alle fiabe popolari e cioè con lo strumento della poetica. I dialoghi massonici di Lessing sono infatti drammatici in senso greco, mentre quelli di Herder sono poetici nel senso della mitologia primigenia dei popoli senza scrittura.

 

Per loro la storia umana è tempo via via migliore che si svolge in uno spazio infinito, di venatura più astratta in uno e più concreta nell’altro, ma sempre immanente. La concretezza che vogliono trasfondere nella Massoneria è lo sforzo di realizzare un altro tempo e un altro spazio. Quando? È relativamente importante, comunque in un presente troppo dilatato per assumere una valenza cronologica perché c’è, la mise en espace dell’energia tellurica dell’umanità.

 

La differenza tra gli Autori è che per Lessing la Massoneria è un duellante che voltate le spalle all’avversario si allontana senza guardarsi dietro e continua ad allontanarsi senza volontà di usare l’arma, consapevole della sua superiorità; per Herder invece il duellante si volta e sicuro di sé la sua arma la usa. I duellanti sono la Massoneria e il mondo profano. Per un Autore non c’è bisogno di contatto e per l’altro c’è il desiderio del contatto; questa è la differenza tra il senso iniziatico e il senso comunitario umano. Si ha a che fare con tassonomie diverse della Massoneria e del suo scopo universale e, alla fine, della dimensione sacrale che per loro impregna la via del perfezionamento tracciata dalla Massoneria.

 

Parlare di Massoneria e della sua semantica è addentrarsi in un ginepraio metodologico; ad esempio, affondare lama di chirurgo o cesello d’artista nella plastica sostanza massonica è lo stesso, ma i risultati sono diversi perché diverse sono le molecole costitutive la plasticità. Una di queste molecole è il concetto di “sacro”. La massoneria privata dal sacro diventa gioco infantile per socialmente frustrati. Il sacro implica, per affrontarlo con serietà, una conoscenza della sua semantica. Altra semantica che subdolamente s’insinua nell’interpretazione filologica dei testi massonici. Nel XVIII secolo il sacro era percepito alla logica massonica o nei termini della religione del proprio paese (Statuti degli Ordini massonici) o in quella di una morale universale (Costituzioni dei Liberi Muratori). Queste due interpretazioni si scontravano con vivacità nelle logge e Gran Logge di tutta Europa, in particolare in Germania ove gli studi filologici ed ermeneutici delle Sacre Scritture avviati con la Riforma avevano sensibilizzato la cultura locale.

 

Al vissuto intellettuale di Lessing e Herder il sacro e più precisamente l’umana percezione, o senso, del sacro, è condizione sovraumana che per il primo allontana l’umano, un sacro troppo indifferenziato per non dare modo all’uomo di erigere a sua difesa la razionalità, ultima tutela con i suoi plurimi connotati dell’universale, che in Lessing si traduce in una ragione severa, di un Illuminismo depurato da ogni contingenza storica. Per il secondo invece è viadotto all’umano, sacro interno alla religiosità tutta cristiana ma nel senso di cristianità teleologicamente tesa all’universalità umana, quasi che se non fosse universalmente umana non sarebbe veramente umana. Un sacro allora intimo, di limpida soggettività (pietistica) ove la razionalità è contingente, strumentale, connessa a un sentire umano più sentimentale, con i richiami emozionali accesi dagli entusiasmi soggettivistici del vissuto umano strumendianamente inteso.

 

Allo stesso tempo i loro dialoghi massonici sembrano drammaturgie epiche, scritte per l’umanità che sta in scena; una drammaturgia ora gridata ora mormorata dall’alto delle mura della Massoneria, un dire non urlato ma con la tensione di un’allerta. Il dialogare dei personaggi dei due Autori, di là dalle qualità stilistiche delle opere, ha potere energetico per una Massoneria distratta da altri affari, lontani da quelli del proprio ultimo scopo. Ambedue gli Autori compongono le loro semantiche figure energetiche al presente. Mettono in scena una Massoneria che appare proiettata in un improbabile futuro ma dandone la vividezza dell’azione che si svolge in un presente dilatato dall’inizio della storia umana a un futuro non visibile. È in questo presente che la geometria delle parole e dei concetti per uno, dei simboli e delle allegorie per l’altro provocano l’attenzione ai significati che non hanno bisogno di eccessive spiegazioni per la loro evidenza universale, che sono efficaci proprio per il loro essere perennemente presenti. Un presente allora che sembra non chiedere la partecipazione di un pubblico immemore del passato e ignaro del futuro.

 

I Dialoghi sono dedicati ai Massoni, ma non è del tutto vero. Il vero pubblico è l’umanità intera e in quanto umanità essa è attesa, non sollecitata. Superficialmente oltre il pubblico dei Massoni c’è il pubblico della nuova classe emergente, ma questo è il brusio del pubblico nella sala buia, non è il vero pubblico e cioè l’umanità.

 

Lessing fa muovere i suoi personaggi con l’azione del pensiero sotteso ai movimenti dei concetti e Herder li muove sull’onda emotiva dei movimenti delle parole che dovrebbero riunificarsi come un fiume carsico in un’azione di concetti.

 

Tornando al vissuto storico di Lessing e Herder, all’immagine della Massoneria che a loro appariva, questa era immagine di una scena troppo affollata nella quale ogni personaggio, a modo di una commedia dell’arte, recitava all’impronta, con l’improvvisazione di chi si adatta a uno scorrere delle vicende alle quali appartiene senza possedere un copione definito. È, quella Massoneria tedesca, un insieme disordinato di dialoghi disparati, di concetti scoordinati, di visioni contraddittorie, di contrastanti mescolamenti degli esoterismi dalle più improbabili origini e d’ideologie politiche e sociali confuse e inconciliabili. Una collezione di semantiche diverse che non riescono a mascherare la povertà di un pensiero massonico coerente che potrebbe, ma non accade, realizzarsi in astratte essenzialità.

 

Questo non era il caso di Lessing e Herder, loro seppero imbastire, con diverse abilità, concetti massonici talmente nuovi (veramente nuovi?) da recare sconcerto e indurre a cercare rifugio in formule reiterative e quindi rassicuranti per offuscare le luci accecanti dei sofisticati presupposti concettuali dei nostri Autori.

 

I lettori e gli studiosi più accorti, quelli che cercano un “nuovo” che sia irriducibile a stilemi scontati, sono quasi malignamente attratti dalle sferzate gelide di Lessing, mentre altri con minore azzardo ricercano il più morbido naturalismo herderiano, preferibile alle rarefatte astrazioni di un pensiero massonico ridotto alla sua essenza, a favore di un intellettualismo più poetico, più sopportabile anche se, nascostamente, non meno sconvolgente di quello di un Lessing. La poesia giocata sul verso armonioso è più accettabile di una poesia concettualista, fatta di parole dalle plurime possibilità espressive e interpretative ma di unico vero significato tutto da svelare.

 

Lessing non esita a presentare una realtà (massonica) giocata sul dialogare scarno, sinteticamente rarefatto, senza giochi retorici e mantenendo il filo dei concetti sempre teso e ben indirizzato[2]. Egli non usa le parole, se non nei casi inevitabili, per dare forza emozionale; preferisce usare le tonalità della voce (intuibile dal costrutto della frase), le pause interne a una frase, i sottili artifici che gli attori ben sperimentati usano sulla scena. Il sofisticato regista gioca a presentare l’irreale scena di una realtà facendo intuire che essa non appartiene del tutto al mondo reale. Herder non possiede questa capacità e ci vuol convincere che la sua irreale realtà ha la probabilità d’appartenere al mondo reale. Dal punto di vista letterario egli usa quelle che si chiamano pastiche, l’accostamento di lemmi che hanno diversi livelli interpretativi a scopi impressionistici. Sono associazioni tipiche dello stile “poetico” di Herder, inedite nel magistero massonico. Ma l’asciuttezza semantica di Lessing è ancor più inedita.

 

Da una parte dunque c’è l’irriducibilità al reale, il muoversi sui confini evanescenti dell’idealità, mentre dall’altra parte, quella dei massoni di forma, c’è il muoversi con lento scivolare verso l’irrinunciabile normalità dai vischiosi confini del desiderabile umanamente contingente.

 

La Massoneria di tipo lessinghiano non ha nulla del desiderabile, anzi quasi è scostante, esoterica nel suo rinserrarsi in una scelta di assolutezza elitaria. Di converso la massoneria herderiana è più sopportabile, desiderabile per i suoi richiami ai principi di un umanitarismo difficile da rinegare, se non facendo la figura di persecutori dell’umanità. È quella di Herder una Massoneria che si fa da sola, che opera amabilmente, armoniosamente con tante altre espressioni umanitaristiche tutte ben accette da un pensiero poeticamente ingenuo, quello dell’innocente ingenuità di un Fratel Marcus goethiano.

Lessing non vuol stupire, egli scrolla con insolenza l’animus del Massone. Herder stupisce, non solo per l’accavallarsi di tematiche d’apparente incongruenza reciproca, ma anche per il modo di far agire sulla scena tali temi, ora massonici ora sociali, ora universalmente umani e ora psicologicamente individuali.

 

Chi affronta Lessing è costretto a muoversi su una scena pulita d’ogni abbellimento e infatti una farfalla rincorsa non può suscitare lo stesso stupore di un’arpa che suona senza mano umana. Quell’arpa eolica e i versi indolenti di una melodica canzone (quale contraddizione in una donna dall’intelligenza tagliente che si mette a cantare canzonette mielate e quale contraddizione tra la canzone melodica femminile e le canzoni virili dei Massoni!), arpa e versi, si diceva, che evocano una scena d’improbabile tranquillità borghese in un momento storico di sconvolgenti rumori rivoluzionari e bellici quando la borghesia stava giocando la sua definitiva carta del va o muori.

 

Appare dunque la profonda differenza non solo dello stile letterario tra i due Autori ma anche la diversità di stilemi, il loro usus scribendi, la presentazione delle convenzioni sociali nell’ambito della Massoneria, senza però l’inquietudine di un presagio. I due Autori prefigurano una società futura che non appartiene alla sfera umana del presente, non è un futuro fondato sullo sviluppo delle evenienze del presente reale. Non inquieta, al più sconcerta chi abbia un’innata (epica, mitica) tensione al perfezionamento. Le convenzioni, l’ordine precostituito, sono scardinate e il nuovo ha una via pulita al suo realizzarsi. L’umanità, nell’idea di questi rivoluzionari Massoni, trae ossigeno per il suo sopravvivere dal circuito alimentato da valori supremi come un sistema circolatorio sanguigno alimentato dalla pulsazione inarrestabile di un cuore, la Massoneria.

 

A differenza di Herder, Lessing scade nell’ultimo dialogo in una spenta analisi d’archivio, fondata su illusioni linguistiche dell’origine della Massoneria. Herder invece aveva abbandonato l’idea di affrontare la questione, come aveva abbandonato l’idea di scrivere una storia della Massoneria e mentre Lessing inciampa in voci di catalogo linguistico senza riuscire a dare un esito convincente forse neppure a se stesso, Herder gioca su stimoli e magnetismi, vibrazioni sensuali di canti e arpe per aggirare questioni inguaribilmente destinate a impantanarsi nelle paludi delle supposizioni favolistiche. Alla fine, a ben guardare, questo gioco al rincorrere improbabili origini della Massoneria per gli Autori ha poco valore rispetto allo scopo ultimo sotteso allo stilare i loro Dialoghi e per chi legge non è difficile mantenere la lettura nel giusto sentiero.

 

Il leggere è un teatro al buio, si odono voci e rumori e in assenza visiva si è costretti a creare una scena che lo scrittore suggerisce, senza mai poterla definire compiutamente e quanto più lo scrittore è valente tanto più sono evanescenti le sue suggestioni lasciando libero il lettore di creare ciò che a lui più è confacente. Questo è ciò che fanno i nostri Autori descrivendo una Massoneria senza offrire dettagli realistici, senza riflettori che perlustrano con crudezza la realtà, limitandosi ad arguti, ironici e talora sarcastici suggerimenti su una realtà a dir poco criticabile.

 

Gli aspetti realistici di una Massoneria tedesca irascibile sono sia per Lessing che per Herder di livello inferiore, beghe da bottegai in Lessing, sciocchezze risibili in Herder. Certo la questione ebraica o le discriminazioni di classe sociale non erano cose di poca rilevanza, ma Lessing ci mostra come tali questioni fossero gestite con logica da “polverosi” bottegai. Ugualmente Herder mette in piazza le ridicole credenze di tanta parte della Massoneria illuminando la stoltezza di chi a quelle credenze dava credito. Allo stesso tempo essi fanno ben intuire che i problemi dentro la Massoneria non erano cosa da poco e non erano in quelle questioncelle. Per questi Autori dramma e farsa nella Massoneria s’intersecano sconvolgendo lo stantio ritualismo di una semantica massonica che appena ottanta o novanti anni dalla sua nascita si era ridotta a roboanti quanto illusori lemmi grondanti inutilità, fini a se stessi e volti solo a dare risposta alle frustrazioni sociali di persone di scadente capacità di risveglio intellettuale e umano (Enlightenment o Lumières o Aufklärung). Il loro merito è di dare una visione non convenzionale delle convenzioni massoniche e di inquadrare la realtà nel doppio riflesso dell’umanitario e dell’umanitaristico.

 

Sul mondo della Massoneria settecentesca tedesca, agitata da conflitti e rivalità, fanfaronate e furfanterie, era incombente la presenza monolitica di tabù religiosi e sociali, simbolici e organizzativi imposti per assicurare la sopravvivenza delle singole Gran Logge e in particolar modo per assicurare il potere di chi rivestiva gli Alti Gradi. Alcune Gran Logge erano arroccate su posizioni fortemente antigesuitiche e in definitiva anticattoliche, altre aggiungevano le antiche attitudini nordiche antiebraiche; a ciò si sommavano le serie differenze di rituali e i tentativi di attrarre proseliti, tra la borghesia e la piccola nobiltà di campagna, con simbologie e gradi rutilanti di richiami cavallereschi somiglianti in retorica e non solo a una siciliana opera di pupi, trovando l’opposizione di altre Gran Logge tese invece a un ritorno alla semplicità rituale e organizzativa originaria. Gli Alti Gradi si arricchivano non solo di simbologie ma anche di concretezze finanziarie e controllavano tutto vantando l’autorità data dal possesso d’impossibili segreti esoterici e per comando di altrettanto Segreti Superiori. Lo scontro tra le correnti dei Moderns e degli Ancients da una parte e tra la corrente massonica francese e quella inglese, trovava in Germania il luogo opportuno per verificare la forza dell’una o dell’altra fazione in campo internazionale.

 

Chi volesse cercare in Lessing e Herder spazi celestiali o cavità infernali, memoria o veggenza avrebbe non poche difficoltà. Il loro scopo non era quello, era molto più elevato.

 

Lessing vuole annodare i fili del passato e del futuro, Herder quelli della realtà e della finzione, uno vuole aprire le porte all’infinito umano e l’altro alla finitezza dell’uomo sotto tutela della Provvidenza; entrambi proiettati ad ascoltare il battito cardiaco, vitale, dell’umanità. Davanti ai fondali regrediti di una realtà scenografica come la Massoneria tedesca di allora, Lessing e Herder riaffermano la realtà come confine da valicare per affrontarne un’altra priva di sottointesi (la “polvere” in Lessing e la “segretezza” in Herder), senza il quintaggio depauperato d’ogni funzione.

 

Appare in tutti e due la logica dello stare un “poco lontano da qui”, né troppo vicino né troppo lontano dalla Massoneria in quell’epoca storicamente agente; anche se un poco più lontano per Lessing e un poco più vicino per Herder. È una storia, quella reale della Massoneria, che ai due Autori non appartiene compiutamente e che li induce a stilare una storia diversa. Essi scrivono su pagine già scritte e le loro lettere cancellano le precedenti, talvolta sembrano scritte con inchiostro simpatico, leggibile solo al calore della massonica semantica esoterica, nel senso di riservata agli eletti.

Si deve ammettere che la lettura dei Dialoghi lessinghiani e herderiani non è facile, presuppone una precedente elaborazione critica della semantica massonica, una padronanza filologica, semiologica e semiotica affatto speciale, perché essi non posseggono una leggibilità immediata. C’è un’afasia che in uno è tempestosa e nell’altro dolce; afasia comunque carica di disarmante volontà, di bisogno in uno e di desiderio nell’altro, di spaziare in un territorio comune, sfocato nelle rarefazioni realistiche. Ma non c’è la paura di sbagliare, in nessuno dei due.

 

La materia del dialogare è sconvolgente perché la dissacrazione sconvolge i sensi assopiti nei giochi di rutilanti simbolismi, come fanno i suoni, le luci e l’agitare motorio in ambienti specializzati nell’uscire dalla propria essenziale sostanza. I nostri chiamano a raccolta carnefici e vittime in una notte dei lunghi coltelli tra Massoneria di sostanza e massoneria di forma. Essi danno spirito aggregativo, come una musica, proponendo un progetto generatore di koinè universale di aggregazione. La scena è quella rivestita di seta nera dell’universo illuminato dalle stelle di congiurati con uno scopo unico.

 

Lessing e Herder con uguali accenti di scandalo spazzano via tutte le assurdità cercando di mettere alla luce le fondamenta della Massoneria, alla luce abbagliante di un’umanità inconsapevolmente tesa al proprio perfezionamento. Le colonne dei templi non sono simulacri simbolici variamente interpretabili ma pensiero e azione. Essi vogliono, in ultima analisi, dare consapevolezza a questa umanità con l’azione della Massoneria come destino dell’uomo, perché essa non è il Mercuzio di Shakespeare.

 

I modi di raggiungere tale suprema consapevolezza sono concepiti in modi diversi dai due Autori ma l’obiettivo è identico.

 

Published by courtesy of the author Francesco Angioni / La Cittadella delle Libere Mura cittadelladelleliberemura.eu

 



[1] Nel XIX secolo sia il facere che lo eligere si fecero pensiero e azione politicamente sociale sulla falsariga di un Illuminismo dell’ultima ora ove il concetto di moralità universale si mutuava in etica sociale, quello di libertà del buon agire e pensare in libertà dalle oppressioni socioculturali e politico-economiche, quello di fratellanza umana in fratellanza associativa, quello di uguaglianza universale in uguaglianza dei diritti e doveri dentro lo Stato. Il concetto di felicità dei popoli scomparve sostituito da quello di benessere.

[2] I dialoganti massonici (Ernst e Falk) parlano con battute dialogiche sintetiche che raramente superano le tre, quattro righe. Mentre Herder si dilunga fin troppo.